giovedì 11 settembre 2014

LA MOGLIE DEL CUOCO dal 16 ottobre al cinema



IL FILM

La celebre attrice Anne Le Ny (Quasi amici, La guerra è dichiarata) firma da regista una brillante commedia sentimentale, accolta in Francia da un grande successo di pubblico.

Marithé (Karin Viard) lavora in un istituto di formazione per adulti e aiuta le persone a trovare la loro vera vocazione. Un giorno le si presenta Carole (Emmanuelle Devos), moglie complessata che vive all'ombra del marito, Sam, uno chef di fama (Roschdy Zem). Marithé decide di aiutarla a emanciparsi e l’impresa riesce a tal punto che Carole decide di lasciare Sam. Nel frattempo però le cose si complicano, perché Marithé non è insensibile al fascino del cuoco…

Un gioiello di divertimento che dimostra come sia possibile rifarsi allo spirito della classica commedia romantica immergendola nell’oggi senza forzature né volgarità, con il contributo di tre dei maggiori divi francesi di oggi.



NOTE DI REGIA
di Anne Le Ny

“Stanotte non mi hai fatto dormire!”
L’idea del film mi è venuta parlando con la mia assistente al montaggio, a cui un giorno ho chiesto com’era arrivata a fare questo mestiere. Lei mi ha raccontato che lavorava in un istituto di formazione per adulti e, a forza di aiutare gli altri a trovare la loro vocazione, un giorno ha deciso di applicare il metodo a se stessa! Così è diventata montatrice. Il giorno dopo ho aperto la porta della sala di montaggio e le ho detto: “Stanotte non mi hai fatto dormire!”, ovviamente perché l’idea del film aveva iniziato a ronzarmi in testa. Mi interessava parlare dell’immagine che ognuno ha di sé riguardo al mestiere che svolge, del modo in cui vi si proietta, di come si identificano lavoro e immagine sociale. D’altra parte, io stessa ho cambiato mestiere a un certo punto della carriera, diventando regista e non più solo attrice.



Così diverse, così simili
Carole e Marithé sono diverse per molte ragioni. Innanzitutto, il ceto sociale. Inoltre, Marithé è una persona più strutturata, che ha studiato, che lavora in un posto con un’organizzazione precisa e con la consapevolezza della propria utilità. È un personaggio solido, con armi a disposizione per cavarsela nella società in cui vive. Carole è più “fluttuante”. Ha una specie di grazia tipica dell’alta borghesia ed è una persona a suo modo capace di risolvere le situazioni, ma i suoi strumenti sono molto meno obiettivi. Da un punto di vista psicologico, poi, è una donna che vive un momento di crisi: sente di vivere all’ombra del marito, ma capisce anche di dover prendere in mano la situazione per non andare alla deriva. In un certo senso, con un figlio in partenza che lascerà un vuoto nella sua vita, Marithé ha un problema simile. Ma non se ne rende conto.



Karin e Emmanuelle
Fin da quando scrivevo il copione pensavo a Karin Viard e Emmanuelle Devos per i ruoli delle protagoniste. Con Karin ho già lavorato nel mio secondo film da regista, Les invités de mon père, ed era evidente da subito che, con la sua energia, sarebbe stata perfetta per la parte di Marithé. Emmanuelle, con cui avevo girato il mio film d’esordio, Ceux qui restent, avrebbe potuto interpretare entrambi i personaggi e il fatto di usarla per Carole rappresenta in qualche modo un capovolgimento dei suoi ruoli consueti. Questo film è il primo in cui recitano insieme e, conoscendosi e apprezzandosi, erano molto eccitate da questa occasione. Karin ha una grande forza comica, è impressionante come riesca a partire “in quarta” in alcune scene. Emmanuelle preferisce giocare sui cambi di registro, puntando più sulla sorpresa che sulla forza. Ed è una continua fonte di invenzioni.



Frusta o pistola?
Nei film che interpreta (36 Quai des Orfèvres, London River, Uomini senza legge) Roschdy Zem di solito porta una pistola e non sorride mai. Qui ha una frusta da pasticcere e sorride spesso! All’inizio mi piaceva soprattutto l’idea di prendere un attore di origine straniera per un ruolo, quello di chef, che rappresenta la quintessenza dell’essere francese. Poi mi è piaciuta anche la sua carica virile, che ho utilizzato però in modo più solare e sensuale. Amo sempre sfruttare l’immagine che il pubblico ha di un attore dai suoi film precedenti, deviandola però su un registro diverso. Ottieni un personaggio più ricco e complesso. Per quello di Sam ho anche letto diversi libri di cucina, sviluppando l’idea che la seduzione di Marithé non passi direttamente per il sesso, ma per un’altra forma di sensualità, quella del buon cibo.



Sincerità
Dagli attori mi aspetto che abbiano un bagaglio ricco di strumenti diversi a disposizione, in modo da muoversi agilmente tra dramma e commedia, passando rapidamente da un registro a un altro. Ciò richiede un certo virtuosismo, ma al tempo stesso io ho orrore dei virtuosismi! Amo innanzitutto la sincerità in un attore, anche se all’apparenza questa sembra una contraddizione. Semplicemente, non mi piacciono i piccoli espedienti, i trucchi, gli infiorettamenti, e li scopro subito.




La tela di Minnelli
C’è un film che adoro, La tela del ragno di Vincente Minnelli. Si svolge in un ospedale psichiatrico e tutto ruota intorno a un evento semplicissimo: bisogna cambiare la tappezzeria del salone. Il direttore, interpretato da Richard Widmark, decide che saranno i pazienti a sceglierla, come espediente terapeutico. Sua moglie però non è d’accordo e vuole occuparsene lei. Questo spunto così minimale serve da pretesto per dare spazio a una straordinaria galleria di personaggi, che via via occupano tutto lo spazio del film. Con La moglie del cuoco ho cercato di fare lo stesso, dipanando una storia semplice, intorno alla quale i protagonisti possono svilupparsi a tutto tondo.





RASSEGNA STAMPA FRANCESE


LE JOURNAL DU DIMANCHE
Anne Le Ny ci dà un’altra prova del suo grande talento nel raccontare storie al tempo stesso precise, delicate e stravaganti. L’attrice-regista disseziona con abilità le ambiguità di una strana relazione al femminile, sospesa tra fascinazione e manipolazione, e si diverte a mettere all’angolo i suoi personaggi, sempre sull’orlo di una crisi. La forza comica di Karin Viard, poi, fa risaltare il falso candore di Emmanuelle Devos. Un film da amore a prima vista.

LIBERATION
Il film si concentra all’inizio sul tema del lavoro, per poi spostarsi sulle relazioni umane. Nella coppia e nei rapporti d’amicizia, nella solidarietà e nell’ambiguità, nella sincerità e nella menzogna. La formula è quella della commedia sentimentale con al centro il classico triangolo, ma Anne Le Ny riesce a distillarne quanto basta di malinconia esistenziale: sulla madre che soffre nel separarsi dal figlio, sull’inevitabile logorio della coppia, sui soldi che non fanno la felicità ma vi contribuiscono… E nessuno dei protagonisti alla fine esce vincitore, per quanto solide fossero le sue convinzioni di partenza.
LE PARISIEN
Cineasta singolare, Anne Le Ny conosce come nessuno gli ingredienti della commedia sentimentale. Nel preparare a suo modo una ricetta cucinata al cinema mille volte – quella del triangolo amoroso: la moglie, il marito, l’amante – realizza un raffinato studio di costume a base di amicizia femminile, trasgressione sociale e sensualità gourmand.
PARIS MATCH
Viard e Devos danno vita a un tandem travolgente, impossibile da non amare, grazie a due temperamenti artistici molto differenti ma capaci di incastrarsi in un perfetto congegno recitativo. Ispirata dalle impeccabili protagoniste, Le Ny si dimostra ormai una regista di primo piano, permettendo anche all’ottimo Roschdy Zem di abbandonare per una volta gli scomodi panni di un Lino Ventura del Maghreb e diventare un poeta dei sapori.

FEMINA
Forte di una scrittura vivace, brulicante di scene bizzarre e dialoghi ricchi d’inventiva, il film avanza a colpi di sentimenti e sensazioni contraddittori, grazie a un gruppo di personaggi giunti a un bivio esistenziale. Gli attori sono tutti straordinari, anche nei ruoli minori, come dimostrano Philippe Rebbot, formidabile nella parte dell’ex marito, e il giovane Yan Tassin, una rivelazione. Da non perdere.

martedì 3 giugno 2014

QUEL CHE SAPEVA MAISIE dal 26 Giugno al cinema



IL FILM

In una New York frenetica e scintillante, la piccola Maisie si ritrova contesa nella causa di divorzio tra una madre rockstar, Susanna, affettuosa ma distratta, e un padre mercante d’arte, Beale, sempre in viaggio d’affari. Quando Beale sposa Margo, la giovane tata di Maisie, il tribunale decide di affidargli la bambina e Susanna per vendetta si prende per marito un barman altrettanto giovane, Lincoln. Entrambe le nuove famiglie funzionano poco e Maisie sembra trovarsi bene solo insieme a Margo e Lincoln, gli unici davvero capaci di darle tenerezza e attenzione. Le cose si complicano quando tra i due nasce l’amore…

Adattamento contemporaneo del celebre romanzo di Henry James, Quel che sapeva Maisie è una commedia agrodolce che colpisce al cuore, con una galleria di personaggi memorabili nella migliore tradizione del cinema indipendente newyorkese. Oltre a Julianne Moore (appena reduce dal trionfo al Festival di Cannes) e Steve Coogan (Philomena), spiccano nel cast la giovane promessa Alexander Skarsgård (True Blood) e la straordinaria esordiente Onata Aprile nei panni di Maisie.
 


NOTE DI REGIA
di Scott McGehee e David Siegel

Henry James al giorno d’oggi
L’idea di adattare ai nostri giorni il romanzo di Henry James è venuta allo sceneggiatore Carroll Cartwright. Parlandone insieme abbiamo capito che egli stesso aveva vissuto alcune esperienze simili e che voleva raccontarle nella cornice del libro di James. Carroll e Nancy Doyne, l’altra sceneggiatrice, per scrivere il copione hanno attinto entrambi ai propri ricordi, al tempo stesso di figli e genitori passati per un divorzio. Trovavamo interessante aggiornare la storia di James, anche perché il contesto di oggi è differente sotto molti aspetti. Basti pensare che il concetto stesso di “affidamento congiunto” era una completa novità ai tempi dello scrittore, tanto da giustificare lo spunto per un libro. Ora è di uso comune, ma questo non toglie che oggi come ieri un divorzio sia molto doloroso per tutte le persone che vi sono coinvolte.



Lo sguardo di Maisie
Il film ruota intorno un’idea molto semplice: raccontare una vicenda complessa e turbolenta dal punto di vista di una bambina di sette anni, facendo sì che lo spettatore arrivi a conoscere ogni personaggio solo attraverso la sua interazione con quest’ultima. È una prospettiva innocente e generosa, che conferisce al film una sorprendente luminosità. Malgrado la situazione al centro della vicenda non sia facile, Quel che sapeva Maisie riesce infatti a trasmettere ottimismo e speranza, e spesso anche a farci ridere, senza mai cadere nel sentimentalismo. In questo senso siamo stati fortunati a trovare Onata Aprile, una bambina dotata di una sensibilità eccezionale.



Cercare la propria voce

La storia di Maisie, al di là della sua innocenza, ha la verità del mondo reale. Il suo sguardo limpido e attento cattura le difficoltà che la circondano insieme a quanto c’è di assurdo e divertente. Ma coglie anche il modo in cui i problemi, a volte, possono essere risolti. Eravamo entusiasti di affrontare la sfida che comporta il fatto di raccontare una storia dal punto di vista di una ragazzina, ossia di esprimerlo in termini prettamente cinematografici. Questo non ha significato imporre al pubblico quel punto di vista, quanto piuttosto rendere gli spettatori partecipi di cosa voglia dire guardare, sentire e ascoltare come una ragazzina. Cosa voglia dire essere una bambina alla ricerca della propria voce in un mondo così rumoroso.



Julianne e Alexander
Julianne Moore è stata la scelta perfetta per il personaggio di Susanna. Ha una capacità unica di essere “tosta” e vulnerabile al tempo stesso. Come attrice, mette nel film tutta se stessa, lavorando sui dettagli abbastanza da essere credibile ma mai troppo da perdere la spontaneità. Riguardo a Alexander Skarsgård, non conoscevamo molto il suo lavoro, ma avevamo visto a sufficienza per sapere che avrebbe dato a Lincoln quel tipo di calore e sensibilità di cui aveva bisogno il personaggio. È fisicamente perfetto per il ruolo ed è fantastico vedere sullo schermo questo gigante buono tenere per mano una bambina minuta che lo adora. Il rapporto di affetto che è nato tra i due fuori dal set è all’origine di quella chimica speciale che si percepisce quando sono sullo schermo.



mercoledì 30 aprile 2014

IN ORDINE DI SPARIZIONE dal 29 maggio al cinema



IL FILM
In una regione isolata della Norvegia, Nils tiene libere le strade guidando un enorme spazzaneve. Cittadino modello, la sua vita è sconvolta dall’omicidio del figlio, finito per errore nel mirino della malavita. Deciso a vendicarsi, l’uomo si rivela un combattente nato, scagliandosi da solo contro un’organizzazione criminale guidata dal "Conte", giovane gangster ferocissimo ma amante dell’arte e vegano convinto. La situazione si complica quando si mette di traverso anche la ruspante mafia serba, in un susseguirsi di omicidi e vendette incrociate sempre più rocambolesco. Grazie alla fortuna dei principianti e a un coraggio fuori dal comune, Nils riuscirà a tenere tutti sotto scacco, fino all’eclatante resa dei conti.
Accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Berlino, In ordine di sparizione è una commedia pulp a metà strada tra Tarantino e i fratelli Coen, capace di alternare colpi di scena ad altissima tensione con momenti di puro divertimento. Nel cast perfetto spiccano due giganti come Stellan Skarsgård e Bruno Ganz.


NOTE DI REGIA di Hans Petter Moland
Da tempo volevo fare un film sulla vendetta. La vendetta è un sentimento primitivo, eppure squisitamente umano. Da bambino volevo vendicarmi: combattevo le persone che mi avevano fatto del male, derubato, umiliato o tradito. Vendicandomi, pensavo di lottare per il trionfo della giustizia. Immaginavo di rimettere le cose a posto, restituendo pan per focaccia. Immaginavo che "i cattivi", finalmente umiliati, avrebbero riconosciuto i loro torti. Ma come tutti sappiamo, le cose non vanno così… Invece di giustizia ottenevo solo rappresaglie, in un crescendo di violenza. Così mi sono detto: se non si riesce ad avere giustizia, cerchiamo almeno di divertirci.
 

Due delle forze portanti di In ordine di sparizione - il Conte e Papa - hanno un concetto inumano dei loro nemici. Sono dei bigotti. Hanno una visione arcaica del potere e del mondo che li circonda. La struttura delle loro gang si basa su schemi primordiali: cieca fedeltà al capo, regole rigidissime, brutale giustizia interna, sfrontato disprezzo per qualsiasi innovazione sulla gestione del potere. Costituiscono una minaccia per la società contemporanea, eppure sono dinosauri. I gangster vivono in un mondo liberale, pieno di richiami e tentazioni da cui si sentono attratti e minacciati, in modo ancora più brutale, forse, di quanto loro stessi siano una minaccia per il mondo che li circonda. Sono ridicolmente antiquati, eppure nessuno può permettersi di dirglielo. La maggior parte di questi uomini non ha alcuna consapevolezza di sé. Per me sono una generosa fonte di umorismo con le loro imperative convinzioni assurde e infantili: come bambini con la pistola, che incontrano altri bambini con pistole più grandi. Fin al giorno in cui incontrano una persona affamata di vendetta, diversa da tutto ciò che hanno conosciuto prima.


Nils è un dilettante della vendetta e il suo comportamento è imprevedibile perché non rientra nei normali schemi del comportamento criminale. Senza saperlo, Nils trascina i gangster in un mondo che non conoscono. Un mondo che può essere anche benevolo e improvvisato. Ed è questo mondo a costituire una minaccia decisamente maggiore per i gangster di qualsiasi altra cosa Nils possa inventare: una vita civile e comoda è una tremenda tentazione per dei malviventi affaticati. - 4 –


HANS PETTER MOLAND
regia
Nato a Oslo, grazie a una borsa di studio si diploma all’Emerson College di Boston, finendo per vivere oltre dieci anni negli Stati Uniti. Qui svolge vari mestieri, tra cui quello di falegname, fino ad approdare nel cinema come assistente di produzione e iniziare a girare spot e video musicali. La vera svolta è nel 1985, quando torna in Norvegia e fonda la Moland Film Company, che si rivelerà una delle compagnie scandinave di maggiore successo nel campo della pubblicità.
Autore eclettico e versatile, esordisce nel cinema nel 1993 con The Last Lieutenant, storia di resistenza ai tempi dell’occupazione nazista della Norvegia, ma a imporlo all’attenzione internazionale è Zero Kelvin (1995), primo dei quattro film girati con il suo attore feticcio, Stellan Skarsgård. Il secondo, Aberdeen (2000), affianca Skarsgård a Lena Heady e Charlotte Rampling, e conquista 9 premi nei festival internazionali. Nel 2004 gira The Beautiful Country, con Nick Nolte e Tim Roth, che va in concorso a Berlino e ottiene una grande risonanza in tutto il mondo.




Dopo Comrade Pedersen (2006), dramma ambientato negli anni Settanta e tratto da un celeberrimo romanzo norvegese, firma A Somewhat Gentle Man, di nuovo con Stellan Skarsgård e di nuovo in concorso alla Berlinale, dove riceve il Berliner Morgenpost Readers’ Award. A questo punto della carriera Moland sorprende tutti girando un documentario sulla crisi economica, When Bubbles Burst (2012), che raccoglie premi nei festival specializzati come Lipsia, Praga e Vancouver. In ordine di sparizione, anch’esso acclamato al Festival di Berlino, è il suo ultimo film

mercoledì 13 novembre 2013

MOLIERE IN BICICLETTA dal 12 Dicembre al cinema



IL FILM

Dopo il successo trionfale al botteghino francese, dove ha totalizzato oltre un milione di spettatori, arriva in Italia Molière in bicicletta, la nuova commedia di Philippe Le Guay, regista de Le donne del 6° piano.

Serge ha abbandonato la carriera d’attore per ritirarsi in una casetta sull’Île de Ré, dove vive come un eremita. A interrompere il suo burbero isolamento arriva Gauthier, amico e collega sulla cresta dell’onda, che gli propone di recitare insieme a teatro Il misantropo di Molière. Serge è scettico, ma chiede a Gauthier di restare qualche giorno per provare entrambi la parte del protagonista, Alceste. L’amicizia ritrovata, la poesia di Molière e l’incontro inaspettato con una donna italiana, Francesca, sembrano restituire a Serge la gioia di vivere, ma i rapporti tra i tre si riveleranno meno facili del previsto…

Grazie a un formidabile trio d’attori, Molière in bicicletta intreccia arte e vita in un gioco di specchi raffinato e a tratti esilarante, rendendo omaggio al mondo del teatro e al fascino e alla fragilità dei suoi protagonisti.

 


NOTE DI REGIA di Philippe Le Guay

Pedalando con Fabrice

Stavo preparando Le donne del 6° piano e cercavo di ottenere il consenso di Fabrice Luchini per interpretare la parte del protagonista. Fabrice è abbastanza distratto: dimentica i copioni nei taxi o nelle stanze d’albergo. Un giorno sono dovuto andare personalmente sull’Île de Ré a portargli una nuova copia, ma mentre raggiungevo casa sua in bicicletta mi sono perso. Fabrice è venuto a cercarmi, anche lui in bicicletta, e ci siamo ritrovati insieme a pedalare lungo gli stagni. Io allora gli dico: “Sei un vero misantropo, confinato nel tuo rifugio!”, e lui inizia a declamare l’inizio dell’opera di Molière, interpretando alla perfezione i due ruoli principali, Alceste e Philinte. La conosceva praticamente a memoria. È proprio in quel momento che il film e il titolo, Molière in bicicletta, si sono materializzati davanti ai miei occhi.

 


Serge e Gauthier

Il personaggio di Serge Tanneur si ispira dunque a Fabrice. Al suo amore per i testi, alla sua tendenza alla misantropia: da tempo cova il desiderio di ritirarsi dal mondo, ma fortunatamente non lo mette in atto. Inoltre, spesso facciamo discussioni infinite sulle persone e su noi stessi: lui sostiene che cose come la generosità non esistono, poiché ognuno fa unicamente i propri interessi, mentre a me spetta la parte dell’ingenuo che vede tutto rosa e crede nell’altruismo. Fabrice è pragmatico, io sono indulgente. Anche se lui pensa che la mia indulgenza sia solo una maschera che indosso per lusingare il mio narcisismo. E forse non ha tutti i torti… In ogni caso, il personaggio di Lambert Wilson rappresenta il mio punto di vista. Gauthier è una star televisiva, convinto di dover essere accondiscendente con le persone a tutti i costi. Lui stesso non si fa illusioni sulla qualità di quello che fa in tv, ma proprio per questo vuole interpretare Alceste: ha qualcosa dentro, nel profondo, che vuole difendere.


Il mestiere dell’attore

Durante le prove, Serge e Gauthier hanno punti di vista opposti sul testo e volevo che tornassero più volte a discutere sugli stessi argomenti. Anche per questo ho deciso di attenermi alla prima scena del primo atto, che riassume le posizioni di Alceste e Philinte, l’eterno problema della scelta tra verità e indulgenza. Il testo è così ricco e inesauribile che non ci si stanca mai di ascoltarlo e ognuna delle otto prove è girata in un modo specifico. Mi sono ispirato alle grandi scene di duello di film come Scaramouche di George Sidney: combattimento dopo combattimento, il vantaggio passa dall’uno all’altro contendente. Fabrice e Lambert sono stati meravigliosi nell’accettare di mostrare gli errori e le incertezze di due interpreti che affrontano un testo simile. È come se il pubblico potesse assistere ai retroscena del lavoro dell’attore, a come procede il suo sforzo creativo.


Seduttrice o misantropa?

In questa nostra rilettura de Il Misantropo avevamo bisogno di una Célimène, ma nell’isolamento della location era impossibile farne una seduttrice, come nell’originale. Ho deciso per l’opposto: il personaggio di Maya Sansa è ancora più misantropo di quello di Fabrice! Esce da un divorzio doloroso, è ferita e arrabbiata, una specie di Cioran al femminile. Malgrado questo, doveva essere una donna molto attraente e Maya, che ho molto amato per le sue interpretazioni in Buongiorno, notte di Bellocchio e Voyez Comme Ils Dansent di Claude Miller, mi è sembrata perfetta per il ruolo.


Dal porno a Molière

Ho inserito il personaggio di Zoé, la giovane pornostar, perché trattandosi di un film sugli attori pensavo sarebbe stato divertente raccontare quello che può considerarsi il grado zero del mestiere. Serge e Gauthier le chiedono di leggere dei versi della commedia per farsi gioco di lei e, a sorpresa, la sua freschezza di interpretazione produce un’emozione inaspettata.


Giochi di potere e riconciliazioni

Il film parla della libertà dell’attore e sarebbe stato assurdo impedire a Fabrice e Lambert di contribuire con l’improvvisazione, ad esempio quando si lanciano nella parodia dei modi di declamare gli alessandrini. In ogni caso, non volevo scavare nei loro ricordi personali o metterli a nudo come amano fare certi registi, procedimento che a me sembra piuttosto una specie di fantasia di potere.


E a tal proposito, malgrado non ne avessi inizialmente l’intenzione, il film parla anche di questo, della lotta per il potere. Gauthier si mette nelle mani di Serge e si aspetta di essere messo alla prova: è vulnerabile e Serge gioca con la sua aspirazione, ma alla fine lo vediamo liberarsi da questa dipendenza. È un tema serio, affrontato in modo leggero. D’altra parte, Gauthier restituisce a Serge la gioia di vivere: Serge passa dalla misantropia dolorosa e vendicativa dell’inizio a un nobile distacco, finché nel finale sulla spiaggia si riconcilia con se stesso. Insomma, questi due uomini in qualche modo finiscono per farsi del bene l’un l’altro.

 

lunedì 7 ottobre 2013

UN CASTELLO IN ITALIA


 
IL FILM

 
Accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Cannes, dov’era l’unico film in concorso diretto da una donna, Un castello in Italia segna la terza prova da regista di Valeria Bruni Tedeschi, dopo È più facile per un cammello... e Attrici.

 
In parte autobiografica, la storia racconta l'inizio dell’amore fra Louise e il giovane Nathan, proprio nel momento in cui la famiglia di Louise vive un drammatico declino: suo fratello Ludovic è gravemente malato e i debiti costringono la madre a vendere la grande casa di famiglia, il castello in Italia.

 
Una commedia agrodolce, che alterna puro divertimento a momenti di autentica partecipazione, sorretta da un cast eccezionale: oltre la stessa Bruni Tedeschi, Louis Garrel e Filippo Timi, spiccano anche altri due attori italiani, Pippo Delbono e Silvio Orlando.




LA CRITICA

Brava Valeria e bravi tutti gli attori che l’accompagnano. I temi del film sono dei più seri con un tono che riesce a essere insieme scherzoso e piacevolmente malinconico e una messa in scena di contagiosa leggerezza.
Paolo Mereghetti Corriere della Sera

Con Un castello in Italia si ride, si piange, si pensa, al ritmo di un film che segue sempre il cuore dei suoi personaggi con un divertimento, una libertà di tono, un gusto per l’invenzione che sorprende e commuove.
Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un film intimo, scanzonato, libero. Valeria è regina di cuori!
Federico Pontiggia Il Fatto Quotidiano

La Parigi e l’Italia di Valeria fanno vibrare la corda intima dell’emozione. La protagonista, come una maga, disegna le traiettorie dei suoi sentimenti col sorriso candido di una ragazzina.
Cristina Piccino Il Manifesto

Il modo mai compiacente dell’attrice-regista di parlare di se stessa, passando dal riso al pianto, è un vero numero da equilibrista. È l’arte di filmare cose serie con leggerezza. Un film dannatamente bello.
Stéphanie Lamome Premièr

Una casa è molto più di una semplice abitazione, come racconta il film di Bruni Tedeschi, uno dei più riusciti visti a Cannes, grazie a uno stile disinvolto e intelligente, ironico e profondo. Il cast è straordinario.
Scott Foundas Variety

Bruni Tedeschi alterna abilmente toni drammatici e scene ultracomiche, grazie a un ritmo perfetto. A lei spetta la Palma per le risate più fragorose all’ultimo Festival di Cannes.
Louis Guichard Télérama

Un castello in Italia si tiene in un equilibrio miracoloso tra personale e universale e arriva a commuoverci sul filo del rasoio. Un film pieno di pudore e di leggerezza.
Yannick Vely Paris Match

NOTE DI REGIA
di Valeria Bruni Tedeschi

La nascita del film

Fin dall’inizio, era mio desiderio pensare a Čechov e più precisamente a Il giardino dei ciliegi. Volevo raccontare la storia di una famiglia, di un fratello malato, con un castello, un parco, dei ricordi e la vendita di quel castello che riecheggia la fine di un mondo. Il giardino dei ciliegi e in generale la “musica” di Čechov mi hanno accompagnato durante tutte le fasi del film: la scrittura, la preparazione, le riprese e il montaggio. Più concretamente, la stesura del copione è iniziata con la collisione di due sequenze opposte, collisione che ha dato al film il suo impulso vitale. C’è la scena in auto tra Louise, la protagonista, e Nathan, il suo fidanzato. Litigano e non sappiamo perché, i dialoghi sono quasi astratti… A un certo punto capiamo che hanno un appuntamento per un’operazione di fecondazione artificiale. L’altra scena è quella all’ospedale, tra Louise suo fratello, Ludovic, che è molto malato. Lei annuncia di essere incinta e la speranza di una nascita si affianca alla paura della morte. Sono due elementi opposti che interagiscono dando il via alla storia.

 


Una storia familiare, una storia d’amore

Un castello in Italia racconta al tempo stesso una storia familiare e una storia d’amore. Credo sia più facile, in generale, scrivere una storia familiare piuttosto che una storia d’amore. C’è qualcosa di originale e attraente nella famiglia del film, qualcosa di immediatamente romanzesco. Ho immaginato di girare il film nel castello che un tempo è stato davvero la nostra dimora di famiglia. Ne ho conservato delle immagini forti, molto precise e dettagliate. In confronto, la storia d’amore è stata a lungo meno reale e palpabile nel copione e l’intervento di Louis Garrel nella creazione del suo personaggio è stato determinante affinché le due anime del film si equilibrassero. D’altra parte, nel racconto del rapporto tra fratello e sorella ci sono stati due film decisivi che mi hanno influenzato: Il giardino dei Finzi-Contini di De Sica e Salto nel vuoto di Bellocchio. In entrambi vi è la storia di un fratello e una sorella troppo vicini, pericolosamente vicini. Qualcosa di innominabile li lega e anche se non è possibile per loro definirlo, quel qualcosa esiste.


Una coppia fuori dagli schemi

Louise e Nathan non sono una coppia convenzionale. Sono diversi per età, classe sociale e hanno ossessioni diverse. Si potrebbe dire che sono una coppia “strana” e la maggior parte delle persone non ha i loro problemi. Lei vuole un figlio ma è troppo avanti con gli anni; lui non è più sicuro del suo lavoro malgrado abbia successo. Ma ciò che è davvero notevole in questa storia d’amore è qualcosa di più universale: sono due persone che stanno per annegare e si aggrappano l’uno all’altra per salvarsi. E, misteriosamente, ce la fanno.


 
Due identità, due lingue, due voci

Sento di avere una doppia identità, italiana e francese, e lo stesso vale per il film. La mia lingua madre è l’italiano, la mia infanzia è stata in Italia e anche quando mi sono trasferita in Francia ho frequentato la scuola italiana a Parigi. I miei primi amici e i miei primi amori sono stati italiani. Il francese invece è per me la lingua dell’età adulta. Mi sento più forte con il francese. Sarebbe difficile scrivere qualcosa di personale senza passare da una lingua all’altra, perché la musica di entrambe è parte di me. Si tratta di due voci, nel vero senso della parola: in italiano, la mia voce è più profonda e rauca che in francese. Anche il personaggio di Louise ha queste due voci.

 
 
Momenti di fede

L’aspetto religioso è molto importante nel film. Da una parte c’è il mio personaggio che è in cerca della fede, dall’altra quello di mia madre, che con la fede ha un rapporto intimo, di dialogo: ha discussioni animate con la Vergine Maria, con cui litiga e si riappacifica. È una persona capace di “momenti di fede”, di bagliori che la rendono più sicura e la fanno andare avanti. Louise è incapace di sentire questi “momenti”, ma, rispetto alla madre, si può dire che è incapace in generale di avere una propria vita: non ha bambini, non ha un marito, né un lavoro, né la fede. Per questo motivo il suo rapporto con la religione è assurdo e grottesco, fatto di rituali, superstizioni e tensione nervosa.

 
 
Filippo

Fisicamente, Filippo Timi non corrispondeva affatto all’attore che avevo immaginato per il ruolo del fratello. Neanche ci somigliamo. Poi, vedendo gli screen test, si è rivelata una connessione tra noi che mi ha sorpresa. Si tratta della scena di Barbablù: dicevamo delle cose pensandone altre, avevamo lo stesso sottotesto. Recitavamo insieme qualcosa di diverso da quello che la scena raccontava. Si sentiva l’infanzia comune e l’ambiguità: eravamo da subito fratello e sorella. E la stessa sintonia, in modo del tutto naturale, è scattata tra Filippo e mia madre.


 
La scelta di una madre

Marisa Borini, mia madre nel film e nella vita, è stata molto coinvolta nel film, in tutta la lavorazione. Per il fatto che suo figlio, mio fratello, sia morto davvero, interpretare questa parte le ha procurato più dolore di quanto immaginasse. Ma quando ha letto il copione mi ha detto: «Sarà difficile, ma voglio che nessun’altra abbia questo ruolo». Quando una madre perde un figlio, il dolore è così profondo, costante e onnipresente, che fare un film non cambia la situazione. E in ogni caso, la sua scelta, anche se ardua, è dovuta al fatto che è una vera artista. Era una pianista, ora è un’attrice: l’arte è l’ossigeno che ha bisogno di respirare.